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CAMBIAMENTI E PSICOLOGIA DEI LUOGHI: LA CASA DOPO IL COVID-19


Mi sono a lungo chiesta se sono i luoghi a influenzare la psicologia umana o viceversa, ovvero se sono le richieste dell’uomo, lo spirito del momento, come riferisce Montesquieu, nel suo “Spirito delle leggi” a influenzare gli ambienti e i luoghi urbani. Questa riflessione, direi quasi filosofica, nasce dai cambiamenti che stiamo vivendo in questo preciso momento storico, in cui la quiete sociale è continuamente scossa dalle sollecitazioni climatiche e ambientali. Quali cambiamenti comporterà tutto ciò a livello di luoghi, abitazioni e città? Ciò produrrà inevitabilmente nella psiche dell’uomo un cambiamento di prospettiva e di ricerca di comfort, non più volto a cercare una casa “dormitorio”, come si stava sviluppando nelle grandi città metropolitane, tipo Milano, Roma, in cui le richieste e le idee cantieristiche proponevano case piccole, con poche stanze, magari di classe energetica elevata, ma adatte ad una vita frenetica, fatta di lavoro, e non di un’abitazione da vivere h24. Adesso, molto probabilmente si andrà incontro ad un cambiamento di tendenza. Infatti la reclusione forzata, legata alla Pandemia Globale da Covid-19, ha portato le persone a confrontarsi con i comfort o meno, delle loro abitazioni, notando per esempio, come un balcone o un giardino, dove passare “l’ora d’aria” possa rappresentare un luogo di ristoro e svago dalle mura domestiche. Per cui adesso le richieste abitative e magari le stesse concezioni urbanistiche potrebbero basarsi proprio sulla necessità di creare spazi abitativi, per trascorrere tempo in maniera confortevole e adeguata magari per lo smart working, e quindi, con uno studio, dove lavorare, case perciò con spazi più grandi, con balconi, giardini o magari complessi abitativi con aree comuni, in modo da creare villaggi in tutta sicurezza, nei giorni di possibile quarantena futura, in modo da restare fuori dal mondo pur essendo autosufficienti. A dire il vero già da tempo si stavano avviando costruzioni urbanistiche stile “grande villaggio”, tipico soprattutto delle metropoli, che già da molti anni hanno adottato questo stile di proposta abitativa. Il villaggio, o i famosi distretti abitativi, tipo “City Life” a Milano, sono proprio concepiti con l’intento di creare aggregazioni urbanistiche autosufficienti, in grado di garantire a chi vi abita tutti i comfort e i lussi possibili a due passi da casa. Il motivo iniziale, nascosto dietro al termine “riqualificazione urbanistica” è quello di creare aree di élite, dove gente facoltosa potesse rifugiarsi dalla massa, dal popoletto, che si contrappone, quindi al concetto dei "non luoghi" definito da Enrico Perilli nel suo libro “Il perturbante nell’espansione urbana, elementi della Psicologia dei Luoghi” quali i palazzoni di Scampia a Napoli o Corviale a Roma. Queste differenze di concezione urbanistica, a livello psicologico e sociale, creano disparità. Perciò sembra quasi come se i luoghi trasmutassero in base alla percezione psicologica che l’uomo ha della società, della vita sociale, delle classi sociali. Quindi di conseguenza, ci sarà un adattamento dell’uomo al nuovo ambiente che richiederà sicurezza, richiederà salute e un posto che possa diventare la “Casa Rifugio”, nei momenti di crisi e cambiamento del Mondo.

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