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IL MOBBING: CHI SI NASCONDE DIETRO IL CARNEFICE


Ciao a tutti, oggi vorrei affrontare un tema scottante, il Mobbing, ma non voglio solo descrivere il fenomeno, ma vorrei fare un’analisi psicologica di colui che compie l’atto o gli atti vessatori verso la vittima.

Prima però diamo una definizione di questo fenomeno.

Che cos’è il mobbing?

Ne avrete sicuramente sentito parlare, potremo definirlo come un insieme di comportamenti che ledono l’integrità psico-fisica del lavoratore. Possiamo assimilarlo ad un atto di bullismo sul lavoro, in cui c’è un carnefice (MOBBER), che compie ripetuti atti, con l’intenzionalità di ledere una (o più) vittima/e, (il/i MOBBIZZATO/I), tal volta spalleggiato dall’omertà dei compresenti che osservano i comportamenti, definiti (CO-MOBBER), perché se pur non partecipano attivamente, il loro silenzio equivale alla complicità con il mobber.

Esistono anche diversi tipi di Mobbing a seconda di chi compie l’atto vessatorio, quindi avremo il BOSSING, se ad attuarlo è un superiore e/o il capo, il MOBBING ORIZZONTALE se messo in atto da colleghi di paro grado, MOBBING VERTICALE se viene messo in atto da colleghi di grado superiore o inferiore, DOPPIO MOBBING, quando ad essere coinvolta è anche la famiglia, e in fine il MOBBING TRASVERSALE quando il mobbing è attuato anche da persone esterne all’ambito lavorativo, e “appoggiano”, il mobber.

Le conseguenze per la vittima sono molteplici, e le affronteremo nel dettaglio verso la fine, in cui darò anche dei piccoli consigli al riguardo.

Ma andiamo al nocciolo della situazione: chi è il mobber? Perché compie tali gesti? cosa ne ricava?

Iniziamo con il dire che chi si trova a mettere in atto un comportamento aggressivo, di qualsiasi forma esso sia, verso una persona, soprattutto se più debole, sicuramente lui (o lei) sono persone molto infelici.

Infatti, dietro l’atto di voler danneggiare qualcuno potrebbe nascondersi il desiderio di sentirsi forti, potenti, e il bisogno di avere il controllo sulla situazione. Da cosa nasce questa necessità? Sicuramente da una profonda insicurezza interiore! Che può avere origini molto remote, che vanno addirittura ricercate durante il periodo infantile, in cui si devono essere creati vuoti e ferite narcisistiche, che in qualche modo hanno fatto sentire il soggetto indifeso e piccolo di fronte ad una figura genitoriale o di attaccamento, percepita come forte e aggressiva. Tal volta il suo comportamento potrebbe essere stato appreso, tramite modelling, all’interno del contesto famigliare, in cui il prendersela con il più debole equivaleva a essere considerati dei vincenti. Magari anche il soggetto stesso a sua volta è stato vittima o per lo meno si è percepito come tale, di un “bullo”. Generalmente chi attacca è sempre colui che teme l’attacco, e se ne difende come può, tal volta umiliando, sminuendo, aggredendo verbalmente, in modo più o meno esplicito, la vittima.

Molte volte tali soggetti, hanno dei veri e propri disturbi di personalità, caratterizzati da scarso controllo, scarsa capacità di resistere alle frustrazioni, poca capacità riflessiva, che li portano a non sperimentare empatia verso l’altro e a “decifrare” i propri ed altrui comportamenti in modo errato.

Insomma sono belli incasinati! Fatto che sicuramento non giustifica il loro comportamento, perché sono pienamente consapevoli di quello che fanno, e per la legge la capacità di intendere di volere, è la condizione sine qua non, che dichiara un soggetto colpevole!

Ognuno di noi, nonostante il proprio passato, almeno che non abbiano subìto traumi psicologici, o sono cresciuti in ambienti degradati, possono benissimo scegliere e distinguere tra ciò che è bene e ciò che è male. Quindi scegliere se fare o non fare una determinata azione.

Il mobber è solito agire con molestie psicologiche, calunnie, offese personali, atteggiamenti con l’intento di sminuire o avvilire l’altro, delegittimazione dell’immagine di fronte ad altri, atteggiamenti ostili, tal volta immotivati, attribuzione di compiti non idonei per la vittima, tal volta dequalificanti, controllo esagerato verso il lavoratore, contestazioni disciplinari pretestuose, negazione di permessi e ferie, discriminazioni di vario genere.

Tutti comportamenti che se prolungati nel tempo, in questo caso, si tiene in considerazione dai tre ai sei mesi, posso dare origine a disturbi, anche molto gravi nella vittima. I soggetti, perdono fiducia in loro stessi e nelle loro capacità produttive e lavorative, risentono spesso di disturbi psicofisici e somatizzazioni, stati depressivi e ansiosi, che minano la sfera sociale, famigliare e lavorativa. Tali disturbi possono essere anche di tipo permanente, nei casi più gravi posso indurre la vittima al licenziamento e al suicidio.


Cosa fare?

Pienamente consapevole della serietà di questo fenomeno, la prima cosa da pensare, è il vedere il carnefice per quello che è, una persona infelice!

Non prendetela sul personale, e considerateli come persone capricciose che hanno bisogno di sminuire gli altri per vedersi grandi.

Secondo punto, non isolatevi! Ma cercate di coltivare la rete sociale, di trovare “complici”, e di appuntarsi data ora e situazione, assicurandosi che ci siano colleghi disposti a testimoniare, perché si può e si deve denunciare tale comportamento!

Quello che avviene non è per colpa vostra, quindi non scoraggiatevi e non cedete ai momenti down, anche perché così facendo darete soddisfazione la mobber.

Dimostratevi sempre cortesi e gentili, la miglior strategia è porre l’altra guancia, apparirete persone oneste e forti che non cedono alle critiche.

Non create situazioni di competizione o ripicche, si cadrà in un circolo vizioso senza fine, dove talvolta, il coltello dalla parte del manico è dalla parte del mobber.

Ricordatevi che non siete gli unici! Sicuramente prima di voi ci sono state altre persone vittime del mobber.

Se la situazione è pesante, prendetevi delle ferie e mettetevi in malattia, ne avete tutto il diritto, e studiate una strategia per porre fine a questa ingiustizia.

Iscrivetevi a qualche associazione contro il mobbing.

E se la cosa inizia a essere pesante andate per via legale!

In fine vi consiglio un supporto psicologico, il danno emotivo e psicologico può essere molto grave! Non sottovalutatelo, un parere di un esperto potrà aiutarvi a trovare le strategie migliori per affrontare il problema e per supportarvi nei momenti di forte stress e avvilimento.

Se vi trovate in una situazione del genere e volte parlarne, io e la mia collega saremo liete di ascoltarvi.

Con affetto

Dott.ssa Laura Di Paoli

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